Padova, 22-10-1977: XV sconosciuti entrano nella storia mondiale del rugby

Lo Stadio Appiani di Padova il teatro della prima volta contro la nazionale neozelandese
Il XV del Presidente: una nazionale di campioni senza “cap”
Le interviste ad alcuni protagonisti di allora

di Enrico Daniele
(foto di Gianni Turchetto – dal sito “Rugby to Italy” di Marco Turchetto)

Ai più giovani la data 22 ottobre 1977 dice poco o nulla, ma per chi era tra quei 13/15.000 (ndr, cifre ufficiose parlano addirittura di 22.000 presenze ma, è accertato, i biglietti venduti furono 13.000) che quel giorno stipavano gli spalti dello Stadio Appiani di Padova, quella fu una data storica. Per la prima volta una formazione italiana incontrava in un “test match” la più forte nazione ovale di tutti i tempi: gli All Black’s.

Sabato prossimo, in occasione del 161° Derby d’Italia al Battaglini, sarà celebrato il 40° anniversario di quel match che fece entrare l’Italia nella storia del rugby mondiale.

Facendo un passo indietro, come scrive Ivan Malfatto dalle pagine del Gazzettino di lunedì scorso, va ricordato che furono gli All Black’s di Mourie e Haden a chiedere alla federazione italiana di disputare una partita di allenamento in Italia prima della loro tournée in Francia. Non fu facile superare la difficoltà oggettiva di mettere in campo una squadra competitiva, visto che nello stesso fine settimana era in programma una partita della Nazionale contro la Polonia in Coppa Europa (ndr, vinta 12-6). Tuttavia, era troppo ghiotta l’occasione di affrontare per la prima volta quelli che già erano i più grandi interpreti del rugby mondiale e di conseguenza in Polonia mandarono una “Nazionale B” con qualche rinforzo (guidata dal ct Gwyn Evans), mentre per la gara all’Appiani furono convocati i migliori giocatori italiani, con l’aggiunta di tre stranieri che militavano nel nostro campionato. La chiamarono “XV del Presidente”, messi in campo da Giancarlo “Lolli” Busson (ndr, triestino classe 1937, tre scudetti con Rovigo e azzurro tra il 1957 e 1963) e Carwyn James (gallese classe 1929, che da allenatore nel 1972 sconfisse gli All Black’s con il suo club, il Llanelli, e dal ’77 al ’80 sulla panchina di Rovigo dove vinse un tricolore). Una sorta di Nazionale Maggiore con gli equiparati (Nelson Babrow e Guy Pardiés – Petrarca, e Dirk Naudè – Rovigo) alla quale andrebbe di diritto il “cap” mai riconosciuto dalla FIR.

E’ sempre Malfatto a scrivere che Vittorio Cogo, allora vice presidente federale facente funzioni (in quanto Mario Martone era malato) ricorda il coraggio che ebbe quella squadra ad affrontare gli All Black’s e come quell’incontro (vero in tutti i sensi, 6-6 alla fine del primo tempo, 9-10 a 5’ dal termine e 9-17 all’80’) abbia aperto le porte del mondo anglosassone al rugby italiano.

Cosa resta di quella storica prima volta all’Italia?
Alla domanda “provocatoria” di Malfatto, Cogo risponde senza polemizzare che vorrebbe vederla oggi la grinta e la qualità azzurra di quei tempi.

In campo, quel giorno, per primi scesero: Zuin; Rossi, Nello e Bruno Francescato, Marchetto; Babrow, Pardiès; Bonetti, Baraldi, Blessano; Rinaldo, Naudè; Piovan, Monfeli, Presutti. In panchina: Robazza, Romagnoli, Fedrigo, Bergamasco, Puppo, Bellini. Arbitrava l’indimenticato Bruno Tavelli.

Siamo andati a cercare alcuni dei protagonisti di allora ai quali abbiamo rivolto alcune domande.
Cominciamo con la mitica prima linea azzurra, che solo a nominarla mette i brividi ancora oggi: Piovan, Monfeli, Presutti.

BRN: Mario Piovan, padovano classe 1953, ex Petrarca, Fiamme Oro (nel periodo della leva) e Nazionale, poi apprezzato fischietto. Quando avete saputo di dover affrontare gli All Black’s avete avuto più paura o entusiasmo?
Piovan: Venni pervaso da un entusiasmo traboccante che lasciò pochissimo spazio per altri sentimenti: sicuramente non me ne lasciò per la paura”.
BRN: Come ricevesti l’annuncio della convocazione?
Piovan: Onestamente, in questo momento, non ricordo bene come ricevetti la convocazione. Certamente i tempi per organizzare il match (ndr, chiesto dagli All Black’s) erano stati molto stretti. Sicuramente ci fu una telefonata di Carlo Sabattini, allora Consigliere Federale, ma non ricordo se seguì una convocazione scritta”.

Primo a destra Franco Baraldi. Più dietro Mario Piovan

BRN: Pietro Monfeli, l’Etrusco, viterbese classe 1948, ex Viterbo, Fiamme Oro, Petrarca, Treviso e Nazionale. Nella foto ufficiale, scattata nel dopo gara, tu non ci sei. Eppure avevi giocato.
Monfeli: Nella foto (ndr, di Gianni Turchetto) non ci sono perché ero impegnato a chiedere lo scambio di maglia con Dalton. Più veloce di me è stato Mario Piovan che, come si vede nella foto, la indossa orgoglioso”.
BRN: Sei notoriamente uno che in campo dava tutto e di più. La Gazzetta dello Sport nel 1976 dopo la gara contro l’Australia a Milano titolava “Monfeli, il leone dell’Arena”. Ma all’Appiani se i leoni erano gli All Black’s voi chi vi sentivate?
Monfeli: Noi non avevamo paura. Nello spogliatoio Carwyn James ci aveva parlato della sua esperienza in Galles dove da allenatore del Llanelli vinse una memorabile partita contro gli All Black’s, trasmettendoci tanta forza, tanta grinta e la consapevolezza che eravamo in condizione di affrontarli. Per me, solo l’idea di sfiorare la loro maglia mi dava un’emozione talmente forte che mi si chiudeva lo stomaco, un’emozione che si è trasformata ancora più in rispetto ma anche in sfida, tanto che al mitico Dalton tallonai (ndr, in gergo “rubai”) ben tre palloni! Se con l’Australia ci avevano definito leoni, con loro ci sentivamo semplicemente increduli di essere davanti alla leggenda del rugby, ma fieri, perché in quell’occasione anche noi ne avevamo scritta una pagina.”

BRN: Pasquale Presutti, aquilano classe 1950, ex Fiamme Oro, Petrarca e Nazionale. Come i tuoi due compagni di prima linea, anche tu non eri “farina da fare ostie” come diciamo noi in veneto. Però, dì la verità, contro gli All Black’s un po’ di paura l’avevate.
Presutti: “Andammo a vederli in allenamento ad Abano perché di filmati allora ce n’erano gran pochi. In partita li abbiamo affrontati con la consapevolezza di avere davanti dei mostri, ma la grande cornice di pubblico dell’Appiani ci ha fatto prendere coscienza dei nostri mezzi e alla fine abbiamo saputo dimostrare il nostro valore. Bisogna tener presente che ci conoscevamo tutti molto bene. Tolto Bonetti che giocava a Brescia, la squadra era praticamente formata da giocatori del Petrarca, Rovigo e Treviso. Ho rivisto poco tempo fa la meta dei fratelli Francescato, due centri fantastici. Poi ricordo i calci di spostamento di Zuin, dei quali si parla poco…Tutti noi avevamo dentro qualcosa che ci ha dato lo stimolo per fare bene come poi è successo”.
BRN: Dopo la brillante carriera da giocatore, quella di allenatore con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. La tua peculiarità è quella di saper “gestire il gruppo”. Spiegami come si poteva gestire quel gruppo, fatto di tanti talenti (cito ad es. i fratelli Francescato), di estro e sregolatezza (cito Babrow e Pardiès), di classe cristallina (cito Naudé), senza trascurare gli altri che non nomino, e portarli a mettere paura a quelli che ancora oggi sono l’essenza del rugby.
Presutti: “Una squadra fatta di grandi talenti non è poi così difficile da gestire. Certo lo staff era notevole. Carwyn James è stato un grande allenatore. Ma devo dire che tra noi stessi c’era un grande rispetto e quindi sono bastate poche indicazioni ad ognuno di noi per poter giocare al meglio delle nostre possibilità. Aggiungo anche che dopo la gara, prima di andare al galà delle Padovanelle, facemmo una tappa ai “Veneziani” che era il nostro (ndr, del Petrarca) punto di riferimento dopo ogni partita. Lì lo staff degli All Black’s ci fece gli elogi, sinceri, non certo di circostanza, per come avevamo giocato”.

BRN: Franco Baraldi, mantovano classe 1953, ex Petrarca, Nazionale e fondatore de I Petrarchi Old Rugby Club. Sei stato uno dei protagonisti di quella gara. Cosa ha rappresentato per te, ma per l’intero movimento, quella partita?
BaraldiFar parte del XV é stato un onore ed una opportunità di confrontarci per la prima volta con giocatori che anche allora rappresentavano il top a livello mondiale. Abbiamo giocato alla pari senza timori reverenziali, ottenendo un risultato insperato alla vigilia, contro una formazione che avrebbe poi nel proseguo della tournée fatto il grande slam in Francia. Per il movimento rugbistico Italiano il match ha confermato la raggiunta maturità e considerazione/visibilità a livello internazionale, tenuto conto dei progressi della Nazionale Maggiore nei risultati (nel 1976 Italia vs Australia XV 15-16, Italia vs Romania 13-12, e inizio 1977 Francia XV vs Italia 10-3), e aprendo le porte ai primi tour ad invito da parte delle Nazioni Top dell’emisfero australe”.
BRN: Dal 1977 ad oggi il rugby è cambiato molto. Si è detto che alcuni di quei protagonisti potrebbero far parte anche oggi della Nazionale. Credi sia ancora possibile affermare questo?
Baraldi:“No comment , riporto solo Il detto “ogni frutto ha la sua stagione”.

Franco Baraldi stringe la mano a Graham Mourie, dal 2007 nell’International Rugby Hall of Fame

BRN: Andrea Rinaldo, veneziano classe 1954, ex Venezia, Petrarca e Nazionale. Dopo la carriera da giocatore, gli incarichi in federazione. Ritiene che sarebbe giusto riconoscere un “cap postumo” ai protagonisti di quella gara?

Rinaldo:Giancarlo Dondi (ndr, ex presidente FIR) mi fece osservare, quando ho sollevato la questione in Consiglio Federale anni fa, che non si decide unilateralmente l’assegnazione del “cap”, ma bisogna che entrambe le squadre accettino. Naturalmente questo significherebbe per gli All Blacks discutere delle centinaia di partite “non-cap” fatte negli anni intorno ai test match delle tournée (due o tre per anno, almeno). Non credo che sia tecnicamente fattibile. E, in fondo, cosa cambia nello straordinario ricordo che abbiamo di quei momenti?”

BRN: Nel suo recente libro “Del rugby – Verso una ecologia della palla ovale” lei tratta delle grandi modifiche che il rugby italiano ha vissuto negli ultimi trent’anni. Se mettessimo in campo oggi il “XV del Presidente” di allora, quale sarebbe il livello di competitività rispetto alla Nazionale vista negli ultimi test match autunnali?

Rinaldo: Non si possono fare questi paragoni, secondo me. Posso solo dire che auguro ai giocatori di oggi la dedizione, la tecnica, l’intelligenza e il coraggio di quel gruppo. Probabilmente lei non era nato (ndr, solo rugbisticamente parlando): ma ha idea di che giocatore fosse Salvatore Bonetti, per dirne una?”

BRN: Ivan Malfatto, giornalista attento e critico del mondo ovale italiano, si chiede cosa resta di quella prima volta dopo quarant’anni. Lei cosa risponderebbe?

Rinaldo: “Cio Cogo, che ci convoca sabato come allora, ricorda spesso che entrando in spogliatoio alla fine della partita il Team manager degli All Blacks gli disse: il prossimo è cap. La lunga marcia cominciava (e di certo non è finita adesso). Spero che queste occasioni, liete, se non per il velo di tristezza per gli amici che non ci sono più (come il mio compagno in seconda linea di allora, Dirk Naudé), aiutino a dare serenità e entusiasmo al movimento. Mi pare ce ne sia proprio bisogno.”

BRN: Volendo fare un paragone tra l’evoluzione tecnica del rugby e del calcio a partire dal 1978 (anno dei mondiali argentini che anticiparono il successo dell’Italia a Spagna 1982) sino ad oggi, in che rapporto sta il rugby al calcio?

Rinaldo: Ecco un argomento su cui mi piacerebbe discutere a lungo. Non ne ho il tempo, riprenderemo il discorso semmai. In breve: Il calcio e il rugby non possono sfuggire alle leggi generali che regolano l’evoluzione biologica. Come nel baseball si è estinta la media di battute valide del 40% per il progresso degli altri giocatori, non per il regresso dei lanciatori, così nel calcio e nel rugby la spinta del professionismo ha insegnato, in tempi diversi, a prepararsi meglio, a mangiare meglio, a gestire meglio le carriere. Il nostro progresso o regresso è sempre relativo ai progressi degli altri. Quindi la mia risposta è: nello stesso identico rapporto.”

Sullo sfondo di uno Stadio Appaini gremito, a destra riconoscibile Andrea Rinaldo. Di spalle, col 14 Rossi.

In quarant’anni il mondo è cambiato e così il rugby. Qualcuno mette in discussione i principi fondanti della palla ovale perché mal si addicono ad un professionismo che deve prima di tutto fare “cassetta”, in barba a tutti i valori. Noi ci sentiamo di dire che, comunque, nonostante i cambiamenti, il rugby è ancora quello che tra tutti gli sport mantiene vivo lo spirito per cui è nato. Nel 1977 lo “sconosciuto” XV del Presidente fece vedere i sorci verdi ai “mostri” All Black’s, semplicemente applicando quei principi.

XV del Presidente vs All’ Black’s, Davide contro Golia
Sì d’accordo, ma oggi con orgoglio possiamo dire che anche i nostri “sconosciuti” erano dei veri fenomeni, entrati di diritto nella leggenda del rugby.

Update dell’ultima ora: avevamo cercato di contattare anche Guy Pardiès ma non è stato possibile farlo perchè in Francia per le festività natalizie, e la sua telefonata ci è arrivata dopo che l’articolo era già stato pubblicato.

1 commento
  1. Giorgio Pavan dice:

    Anch’io c’ero quel pomeriggio all’Appiani!! Partita indimenticabile ed emozioni fortissime, ricordo ancora il silenzio nello stadio durante l’haka, la prima volta che vedevamo i neozelandesi in Italia…… Ho ancora il biglietto d’ingresso ed una foto in un quadro appeso in ingresso a casa mia….. a proposito di emozioni…..

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