Passata è la tempesta, odo augelli far festa…

Andrea Menniti Ippolito da Oscar.
Il gruppo, la forza del Petrarca.
Ed ora perché non una bella festa di piazza con tutta la città?

Alberto Saccardo all’ingresso in campo. Determinante il lavoro del capitano del Petrarca nell’unire il gruppo (ph Corrado Villarà)

di Angelo Volpe
(foto di Corrado Villarà)

Il Petrarca è Campione d’Italia per la tredicesima volta, ha conquistato il titolo sabato scorso di fronte a quasi 7000 spettatori in uno stadio Plebiscito meravigliosamente stracolmo di gente esultante.

Un record di presenze in Italia, ad eccezione per le partite della nazionale che viaggiano su ben altre cifre. Comunque, più del Benetton, più delle Zebre, ossia del rugby di élite delle franchigie professionistiche, quello di fascia alta, su cui la Fir ha investito e investe fior di milioni.

Il rugby di base, che esprime il suo massimo livello nel campionato di Eccellenza, ha il suo campione nel Petrarca Rugby.

Non “il Padova” come viene chiamato il club da certi addetti ai lavori della carta stampata e dei blog specializzati della rete, ma il “Petrarca rugby” o al limite il “Petrarca Padova”. Vorrei proprio vedere se a qualcuno potrebbe mai venire in mente di chiamare “il Bergamo” l’Atalanta o “il Firenze” la Fiorentina. Un errore nella identificazione del club Campione d’Italia in cui incorre addirittura anche l’ufficio stampa della Federazione. Quantomeno imbarazzante.

Passata è la tempesta, recita il titolo. A distanza di qualche giorno dalla finale forse è il caso di provare a fare qualche riflessione.

È stata una vittoria esaltante, conquistata minuto dopo minuto sul campo, di fronte ad un avversario forte e mai domo. La forza del Calvisano rende ancor più bella la vittoria, perché ottenuta con tenacia, senza mai mollare per tutti gli ottanta minuti.

Il Petrarca è sempre stato in testa nel punteggio, facendo una sorta di fisarmonica nel divario dei punti. Nella parte centrale del secondo tempo il Calvisano si è rifatto sotto, producendo il suo massimo sforzo nel tentativo di recuperare il risultato, complice anche un cartellino giallo che ha lasciato in 14 il Petrarca. In altri momenti della stagione il Petrarca avrebbe pagato caro quel cartellino. É successo che la squadra si disunisse e subisse il sovrannumero avversario. Non così sabato, il Petrarca ha tenuto duro senza cedere né psicologicamente, né fisicamente.

Non c’è stato nulla da fare anche perché a stroncare le velleità dei campioni in carica (il capitano Morelli ha detto “ci ha tagliato le gambe e in quel momento ho capito che avremmo perso la partita”) ci ha pensato il killer petrarchino Menniti Ippolito con un fantastico drop da 40 metri. Che freddezza. Il drop è un’arma micidiale perché colpisce a freddo e in maniera tale che l’avversario non possa reagire. Se molto attento a cogliere i giusti segnali, può al massimo portare pressione sul calciatore al momento del calcio di rimbalzo nel tentativo di disturbarlo, ma se questi è ben piazzato e protetto dalla propria linea di difesa, il drop è una vera e propria sciabolata che ferisce e devasta l’avversario. Il quale al massimo può guardarsi intorno stupito.

Ebbene, Menniti per ben due volte ha colpito e tramortito il Calvisano con i suoi magistrali drop. Ha sbloccato il risultato all’inizio e ha dato il colpo finale al termine. Nel mezzo è riuscito a buttare tra i pali altri 8 punti di piede, portando a 14 (su 19) il suo bottino personale.

Al centro Andrea Menniti-Ippolito, artefice della vittoria con 14 punti al piede, e due drop che hanno stroncato Calvisano (ph Corrado Villarà)

Proporrei quasi di erigere al nostro Menniti una statua da piazzare alla Guizza a sempiterno ricordo di questa stagione che lo ha visto esplodere e imporsi come uno dei migliori giocatori del Petrarca e dell’intera Eccellenza. Ricordiamoci che il drop di Menni ha fatto fuori all’ultimo secondo il Reggio e che nel corso del campionato in altre due occasioni un suo calcio piazzato allo scadere ha levato le castagne dal fuoco al Petrarca. Fanno tre partite sicure frutto del piede di Menni, ma anche del suo grande sangue freddo. Ma il Nostro è anche un ragazzo modesto oltre che un ottimo piazzatore. Intervistato nell’immediato dopo partita ha tenuto a dichiarare che a vincere è sempre la squadra, non il singolo. Da Oscar.

Ma il Petrarca non è stato solo Menniti e il suo piede magico, per vincere un campionato occorre una squadra all’altezza, una rosa completa, valida ed omogenea. Questa è stata la vera forza del Petrarca. Marcato non ha costruito 15 titolari e una dozzina abbondante di riserve, bensì ha plasmato un gruppo nel quale il concetto di titolare era superato. Sfido chiunque a considerare giocatore meno dotato un Acosta che subentra dalla panchina a Borean, o un Nostran che sostituisce Conforti. No. La forza del Petrarca è stato il gruppo forte e affiatato e l’omogeneità di una rosa stellare.

A questo quadro, già di per sé esemplare, vanno inseriti degli elementi strategicamente importanti. Sono: alcune individualità in grado di fare la differenza e un coach capace di dare amalgama e coscienza delle proprie potenzialità a tutti. Terzo elemento, e non ultimo, uno staff all’altezza.

Sarebbe piuttosto facile citare i nomi di chi in varie occasioni ha saputo inventarsi in campo quel qualcosa che poi fa la differenza. Ma non sarebbe giusto nei confronti degli altri. E l’equilibrio di una squadra vuole che ci siano i giocatori di genio, come anche i cosiddetti uomini di fatica, quelli che fanno un lavoro oscuro almeno quanto duro. Quindi bravi tutti, dal primo all’ultimo. Dice un vecchio adagio piuttosto diffuso nel mondo del rugby: il pianoforte c’è chi lo suona e chi lo porta. Ma se non ci fossero tutte e due le figure il concerto non si svolgerebbe.

Nei giorni precedenti alla finale ho spesso pensato al momento in cui l’arbitro avrebbe fischiato la fine della partita. I dubbi a quel punto sarebbero stati tutti sciolti, ci sarebbe stata una squadra vincente, si poteva cominciare a festeggiare. I pronostici, più o meno tutti concordi, davano per favorito il Petrarca. In forza dello splendido girone di ritorno senza sconfitte e della condizione non ottimale del Calvisano, alle prese anche con qualche assenza per infortunio.

In quei giorni di vigilia mi sono chiesto cosa avrei fatto se avesse vinto il Petrarca. Il cuore ovviamente ci sperava e, anzi, ci credeva fermamente. La mente era invece più prudente e tendeva ad assumere un atteggiamento più attendista. “Darò di matto”, pensavo. “Comincerò a urlare tutta la mia gioia”…, “abbraccerò i miei vicini di posto allo stadio”…, “farò un’invasione di campo”…

Invece no. Niente di tutto questo.

Quando Menni prende il pallone e lo calcia in tribuna a tempo ormai scaduto e l’arbitro Liperini fischia la fine, non ho fatto nulla di tutto questo. Mi è venuto un gran nodo alla gola e non sono stato capace di altra reazione se non un lungo applauso. Mi sono passati nella mente tutti mesi da settembre a maggio impiegati a seguire il Petrarca, le trasferte, i terzi tempi in clubhouse, gli amici Petrarchi con cui condivido le gioie per le vittorie (tante) e le delusioni per le sconfitte (poche). Ma non sono riuscito a fare altro, se non stare lì imbambolato con mio nodo alla gola, con lo sguardo perso a vedere i giocatori in campo che esultavano e si abbracciavano, quasi incredulo di fronte a così bella impresa. Ma l’impresa era fatta, l’obbiettivo raggiunto. Un grande Petrarca ha fatto 13. Grazie ragazzi. Grazie davvero di cuore.

Adesso mi augurerei che il Petrarca festeggiasse lo scudetto con tutti coloro che lo hanno sostenuto e incoraggiato, a cominciare dal grande e meraviglioso pubblico del Plebiscito, con una bella e gioiosa festa di piazza. Un palco su cui chiamare uno ad uno tutti i giocatori, lo staff, i dirigenti perché ognuno si prenda la sua razione di applausi e il gusto riconoscimento per le fatiche e i sacrifici sopportati. Un giusto tributo da parte di Padova e dei padovani. Il Petrarca e il rugby padovano ha bisogno di Padova, del suo affetto e del suo sostegno. Invece, ormai da molto anni, il rapporto è piuttosto freddo e distaccato. Ci vorrebbe più entusiasmo, più calore, più trasporto. In senso transitivi ovviamente, cioè in entrambi i versi, dal Petrarca a Padova e da Padova al Petrarca. E cosa può esserci di una bella festa di piazza, con musica e balli insieme ai protagonisti per rinvigorire questo rapporto con la cittadinanza e gli sportivi padovani?

Grazie ragazzi per la bella stagione.
Grazie capitan Saccardo per aver condotto le tue truppe a conquistare il 13.mo scudetto.
Grazie coach Marcato per aver sapientemente guidato i tuoi ragazzi all’obbiettivo.
Grazie Petrarca per questa ennesima gioia colorata di bianconero.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *