XXX Torneo Valvassori “Il Capo”

I ricordi di Carlo Porta, Franco Ventura e Roberto Luise

Una squadra del Petrarca anni ’50 allenata da Francesco Valvassori (col cappello in mezzo ai giocatori)

di Enrico Daniele

Quest’anno il Torneo Valvassori (8 giugno, ore 15,00 – Centro Sportivo Petrarca Rugby), organizzato da I Petrarchi Old Rugby Padova è giunto alla trentesima edizione. Per l’occasione abbiamo incontrato tre ex giocatori che hanno conosciuto “Il Capo”, come veniva chiamato Francesco Valvassori, e ci hanno raccontato qualche simpatico aneddoto di quell’epico periodo. Qualche spunto è stato tratto anche dal libro “Piccolo grande rugby antico!” scritto da un altro grande giocatore della prima ora petrarchina, Lando Cosi.

Quando Francesco Valvassori arrivò ad allenare al Tre Pini, nel febbraio del 1948, il Petrarca era appena nato. Chi c’era (ndr. uno di questi era Lando Cosi, che ne parla nel suo libro “Piccolo grande rugby antico!” edito da I Petrarchi) ricorda che tutti si accorsero immediatamente che “…quello non era un tipo qualsiasi…”. Esponente universitario goliardico prima della guerra, ufficiale combattente poi nella campagna di Russia con gli alpini, aveva fatto parte della resistenza negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale. Era dotato di una notevole esperienza rugbystica, maturata da mediano di mischia nel GUF Padova. Quindi, per tutti fu naturale avere subito nei suoi confronti una grande forma di rispetto: da qui il soprannome “Capo”, con la “c” maiuscola, col quale viene inequivocabilmente identificato ancora oggi. Tutti ricordano i suoi modi autoritari e la sua tipica risposta a chi, specie se ultimo arrivato, osava contrariarlo: “Tasi! Te parlarè fra cinque ani!”.

Lando Cosi e tanti altri protagonisti di quell’epoca “hanno ormai passato la palla”, come si usa dire nel rugby, per fortuna non tutti. Ne ho scovati tre ai quali ho chiesto di parlarmi di Valvassori.

ROBERTO LUISE (classe 1938, per tutti “Il Capitano”, uno che ha saputo ricoprire qualsiasi ruolo in campo) lo ricorda così.

“Mio fratello Ciano (ndr. Luciano Luise, Luise I, che in realtà si chiamava Luigi, classe 1927) giocava già col Petrarca. Io ero più piccolo di lui e avrò avuto circa 12 anni quando il mio compito era quello di portargli la borsa agli allenamenti che si tenevano al Tre Pini dalle 12,00 alle 14,00. Non prima, però, della riunione che “il Capo” teneva sotto i portici di Piazza Cavour, in prossimità di una colonna dove era appesa una bacheca che riportava anche le convocazioni della domenica. Ricordo che Valvassori li faceva disporre a cerchi concentrici, dai più anziani, via via ai più giovani. Parlava sicuro, deciso, apostrofando chi, ad esempio, la domenica prima aveva giocato male: “Ti te poi anca moearghe de zugare a rugby se te ve vanti cussì”. Mi sembrava di sentire parlare un duce: dopotutto era stato un ufficiale degli Alpini e lo stile del suo dire era militaresco.

FRANCO VENTURA (classe 1933, terza linea) ha un ricordo particolare del “Capo”.  “Eravamo in una delle trasferte in Francia – mi racconta ancora divertito Ventura – e dopo il match andiamo a cena. Noi giocatori seduti da una parte, “il Capo” da un’altra, al tavolo assieme alla dirigenza francese. Com’è consuetudine in Francia, ci viene servito il tipico “plateau des fromages”. Il galateo d’oltralpe, però, non prevede che venga tolta la crosta dei formaggi, specie di quelli morbidi, che si mangiano integralmente. Da buoni italiani, invece, le togliemmo tutte per poi portare il tagliere al tavolo del “Capo”, con la dirigenza francese sgomenta nel vedere tutte le croste allineate e disposte in perfetto ordine!
Nelle mie otto stagioni col Petrarca, due furono col “Capo” in panchina. Ricordo
che mi faceva sempre giocare perché, nonostante vento, pioggia, ghiaccio o neve, io mi allenavo sempre. Se non potevo andare in campo, andavo su e giù sulla gradinata della tribuna.

Una volta capitò che Silini (ndr. Matteo, classe 1933, statuaria seconda linea e uno dei primi cinque giocatori del Petrarca a indossare la maglia della Nazionale Maggiore) con fare rattristato si avvicinò al “Capo” dicendogli che non avrebbe più potuto giocare a rugby. Valvassori, perplesso, lo interrogò sul motivo che lo aveva indotto a prendere una tal decisione, visto che non era al corrente avesse subito infortuni o altri impedimenti fisici. Silini, qualche giorno prima, seppe che avrebbe dovuto giocare in seconda linea in coppia con Menato, arrivato da poco al Petrarca. Impettito, rispose al “Capo” che non si sarebbe mai potuto legare in mischia con uno che…poco prima gli aveva rubato la fidanzata! Per pudore, non riporto la risposta del “Capo” a Silini, ma ve la lascio immaginare!

CARLO PORTA (classe 1931) di campionati col Petrarca ne ha giocati cinque, prima che un infortunio ai legamenti del ginocchio gli chiudesse prematuramente la carriera. Mi parla della famosa “Battaglia di Bassano”.

“Ricordo di una trasferta in treno a Bassano del Grappa – dice sorridendo sotto i baffi – per una partita di propaganda con i colleghi di Treviso. Dopo la gara “il Capo” ci porta in un ristorante che conosceva molto bene, dato che a Bassano era diventato alpino. Lì mangiammo di tutto ma, soprattutto, bevemmo di tutto. Arrivò l’ora di ripartire e, fino alla stazione, portammo in spalla “il Capo” (anche lui preso dai fumi dell’alcol) attraversando tutta la città cantando a squarciagola la marcia dei bersaglieri. Il “Capo” salutava e benediceva la gente che incontravamo per strada, sbalordita. Saliti sulla littorina, ad una stazione intermedia prima di arrivare a Padova, ci accorgemmo che era finito il vino. Prontamente, qualcuno di noi sceso dal treno, si stese sulle rotaie ad impedire la ripartenza, mentre gli altri andarono a rifornirsi in un negozio lì vicino. Arrivati a Padova “il Capo” prima ci passò in rassegna militarmente allineati ad espletare i necessari bisogni fisiologici, dato il tanto bere, e poi concesse due riconoscimenti: appose sul petto di Lando Cosi una medaglia di carta con la scritta “Battaglia di Bassano” e ad Alfeo Scattolin, uno dei più giovani, concesse l’autorizzazione di parlare…solo dopo tre anni, anziché dopo i canonici cinque!

Francesco Valvassori, “il Capo”, viene ricordato così: competente, autoritario e autorevole, goliardico allo stesso tempo. Memorabili e richiestissime le sue interpretazioni della canzone “Il cacciator del bosco” ai tanti conviviali con i giocatori, come ricorda Giampaolo Sturaro. Per questo molto amato dai suoi giocatori. Dopo tanto tempo, in occasione dei suoi settant’anni, gli organizzarono una grande festa e dopo la cena settanta di loro accesero ognuno una candela cantando in coro “È mezzanotte! Si sente un gran sussurro. Xè ’l nostro Capo, che russa contro ‘l muro!”. La stessa canzone che lo salutò quando se ne andò per l’ultima volta e per sempre dal Tre Pini, anche qui con la gente sbigottita che non conosceva quello che era il modo di inneggiare al loro “Capo”.

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